Ospedale infantile di Alessandria

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Volutamente serie e descrittive, le immagini che Elena Franco dedica all’Ospedaletto Infantile di Alessandria interrogano la realtà per cercare di comprenderla nella sua complessità. Un’impostazione non scontata, la sua, dato che varie ricerche fotografiche, nate anche a partire da un preciso incarico, sono state a volte intese dagli autori coinvolti come un’occasione per esibire il loro estro artistico o come un pretesto per dimostrare tesi ideologiche stabilite in partenza. Immagine dopo immagine, con la chiarezza riflessiva del linguaggio documentario, le fotografie di questa autrice restituiscono le fattezze specifiche di un luogo ospedaliero d’eccellenza dedicato all’infanzia. Un luogo che, a partire dagli ambulatori progettati da Arnaldo Gardella negli anni Trenta, si è sviluppato per successive aggiunte nel tempo, generando forme ed edifici estremamente diversi l’uno dall’altro, sempre in sintonia con gli sviluppi dell’architettura dell’epoca anche se scarsamente in relazione tra loro. Un tema, quest’ultimo, che l’autrice non ha voluto approfondire né sottolineare, per dedicare invece ampio spazio a una lettura degli ambienti interni, agli spazi dedicati all’accoglienza dei bambini e dei loro genitori, nonché a quelli di percorrenza (le scale, i corridoi di raccordo, etc.). Tale scelta nasce da precise considerazioni comunicative: mentre gli edifici esterni sono quelli che tutti ad Alessandria possono abitualmente vedere, gli interni rimangono inevitabilmente più nascosti, più “segreti”. Protesa a valorizzare questo bene architettonico, storico e sociale (va ricordato che Alessandria fu una tra le prime città italiane a dotarsi di un ospedaletto esclusivamente dedicato all’infanzia), Elena Franco ha voluto, per così dire, “aprire le porte” dell’ospedale alla cittadinanza. Molto si è detto e scritto a proposito dell’importanza della fotografia nel saper mostrare e mettere in luce ciò che abitualmente non si vede o si osserva solo con sguardo frettoloso. Ebbene, nel caso delle sue immagini meditate e attente, tale attitudine insita nel mezzo fotografico viene sfruttata con particolare evidenza: ciò è possibile proprio perché Elena Franco – come si è detto in precedenza – non è partita da un assunto ideologico da dimostrare, ma si è impegnata a interrogare gli spazi e a cercare di capirli, evidenziando la storia culturale e sociale in essi sedimentata. Con coerenza le sue immagini mostrano infatti gli interni dell’ospedale così come sono: nei loro aspetti più o meno accoglienti, nel loro intreccio di parti antiche e moderne. La presenza dei bambini e di chi lavora nell’ospedale è discretamente evocata e suggerita dai giochi colorati che occupano alcuni saloni, da disegni, scritte o fotografie appese alle pareti: tutti segni che rivelano l’impegno del personale per rendere questo luogo affabile e non intimorente per i suoi giovani pazienti. Si intuisce che qui l’anonimato dei cosiddetti “non-luoghi” viene contrastato dal bisogno affettuoso e spesso spontaneo di trasformarli in qualcosa di più umano e “caldo”,mettendo magari qualche divertente quadretto qua e là, o scrivendo in modo allegro col pennarello le indicazioni che si vogliono fornire. Questa cura per i dettagli significativi la si evince anche dall’ordine visivo dato alla sua ricerca, basato su un contrappunto dove vedute spaziali delle stanze e delle scale si alternano a immagini frontali, ravvicinate, attente ai particolari, a quei dettagli che magari scorgiamo solo con la coda dell’occhio e che non avvertiamo coscientemente, ma che pure agiscono in noi sotterraneamente suscitando sensazioni positive o negative. Architetto e non solo fotografa, Elena Franco non è un semplice tecnico che, attraverso scatti “perfetti”, si limita a documentare abilmente una realtà lasciata tuttavia a distanza e magari anche poco compresa. Con le sue immagini che veicolano significati profondi e invitano a riflettere, a guardare meglio, lei ci fa sentire “il corpo” di questo ospedale, proprio perché riesce a coglierne il suo muto linguaggio.
Gigliola Foschi